lunedì 7 ottobre 2013

Restare in Italia. Perchè?

di Achille Nobiloni
 
Un mio collega mi ha detto l’altro giorno che il figlio è andato a studiare Geofisica a Londra: quattro anni di università all’estero. “Rientrerà mai in Italia?”, mi sono chiesto.
E perché mai dovrebbe? L’Italia è un paese in cui negli ultimi sette anni la produzione industriale è scesa del 25%, la disoccupazione è raddoppiata e il reddito medio per abitante è tornato al livello di quindici/venti anni fa! Quali prospettive di lavoro e quali attrattive può offrire a un giovane intelligente e brillante, desideroso di competere e affermarsi in un mondo sempre più tecnologico e globalizzato?
Disapprovo gli esterofili a tutti i costi tanto quanto la retorica del patriottismo ma a voler essere obiettivi la situazione italiana è tutt’altro che rosea e quel che è peggio non si intravvedono segnali di miglioramento.
L’Università e la Ricerca sono quel che sono, le prime a subire tagli a ogni accenno di spending review, con gli atenei sovraffollati, burocratizzati, privi di campus e laboratori, con gli studenti costretti a studiare la teoria in solitudine sui libri ognuno a casa propria, senza poter esercitare la pratica in gruppo nei laboratori o sul campo, per poi doversi presentare di tanto in tanto a sostenere esami che risultano spesso un terno al lotto anziché occasioni di verifica delle loro fatiche di apprendimento e sperimentazione.
Prospettive di inserimento nel mondo del lavoro meglio non parlarne: tra stage, apprendistati, contratti di formazione, di collaborazione, a progetto e precariati vari, i più fortunati riescono si e no a mettere insieme una sorta di “paghetta” mensile che bene che vada consente loro di non gravare troppo sulle spalle dei genitori ma certo non gli da la possibilità di sposarsi, comprare una casa e metter su famiglia e chi riesce a fare il ricercatore ha uno stipendio che varia dai 1.200 ai 1.500 euro al mese.
 
 
In quanto alla politica e alle prospettive di risanamento del Paese la situazione è sotto gli occhi di tutti: fin dalla mattina presto accendi la TV e sei bombardato di talk show nei quali molti di quelli che ci hanno governato negli ultimi decenni, e che avrebbero dovuto quindi preoccuparsi della crescita dell’economia e del benessere nazionale, ci spiegano che in Italia il 10% dei cittadini detiene il 45% della ricchezza dimenticando però che 1.000 persone su 60 milioni (mi riferisco ovviamente ai parlamentari) ci hanno portato dove siamo oggi, a 2.076 miliardi di euro di debito pubblico contro gli 840 di venti anni fa e a fronte di infrastrutture e servizi pubblici inadeguati e inefficienti e di un funzionamento dello Stato paragonabile a quelli di Paesi ben più arretrati del nostro.
E il rimedio suggerito qual è? Ovvio: chiedere un ulteriore sacrificio agli italiani per la salvezza del Paese e intervenire sulla ricchezza pubblica, questo almeno è quel che suggeriva l’altra mattina a Omnibus su La7 il buon Paolo Cirino Pomicino.
Certo, c’è anche il patrimonio dello Stato da dismettere: qualche caserma male in arnese, un po’ di case cantoniere, dei terreni e magari anche qualche stabile di pregio, oltre a quel poco che resta in partecipazioni residue nel capitale di alcune ex-aziende pubbliche, ma a fronte di un debito di oltre 2.000 miliardi che negli ultimi due anni e mezzo è cresciuto al ritmo di 100 miliardi l’anno il patrimonio dello Stato non basta: quello immobiliare richiede anni per essere dismesso e quello azionario potrebbe fruttare solo qualche decina di miliardi. Quindi, ancora una volta, ci dovranno pensare gli italiani.
l clima generale poi è quello della caccia alle streghe e del “dai all’untore”, per cui basta avere una pensione di 3.500 euro al mese per essere considerato “ladro”, come si legge sempre più spesso su twitter, per non parlare di chi ha un reddito di 100.000 euro, magari da lavoro dipendente su cui paga quindi fino all’ultimo euro di tasse, che viene comunque considerato un super-ricco (visto che quelli che dichiarano questo ammontare sono lo 0,8% dei contribuenti) ed è perciò assoggettato a ogni tipo di sovrattassa, addizionale o contributo di solidarietà, fino a chi invece di avere una sola casa ne ha due o magari tre ed è anch’egli considerato un privilegiato, quando non addirittura un disonesto, anziché uno che ha lavorato e investito i frutti del proprio lavoro.

 
Insomma in Italia l’idea che uno possa studiare, trovare o inventarsi un lavoro e godere dei frutti di quel lavoro senza doversene quasi vergognare in pubblico sembra non sfiorare più nessuno. La meritocrazia non si sa più cosa sia e se uno ha un buono stipendio che gli frutta una buona pensione e gli consente di comprarsi durante la propria vita lavorativa due o tre appartamenti non è una persona di successo da additare a esempio ma è automaticamente un raccomandato, un evasore fiscale, un disonesto o un ladro!
Non solo: se i vecchi politici ci hanno ridotto in queste condizioni, i nuovi – quelli che si affacciano all’orizzonte spinti dalla protesta popolare – cavalcano gli aspetti peggiori di questa protesta e anziché ricercare nuovi stimoli di crescita dell’economia e del benessere nazionale puntando sull’innovazione, sulla competitività e sulla meritocrazia, utilizzano il malcontento popolare, lo fomentano fin quasi sulla soglia dell’odio sociale, e puntano su un allineamento generalizzato, quantitativo e qualitativo, verso il basso.
L’esempio più eclatante è ancora una volta quello delle pensioni e “pensioni d’oro”. Ebbene, secondo i dati INPS in Italia le pensioni fino a 3.850 euro lordi al mese sono 16 milioni 200 mila e costano 246 miliardi su un totale di 270; quelle al di sopra dei 3.850 euro sono 350 mila e assorbono i restanti 24 miliardi. Anche imponendo un tetto massimo di 3.850 euro lordi al mese a tutte le pensioni si recupererebbero 6,5 miliardi che spalmati sulle pensioni più basse, quelle che l’INPS mette tutte insieme in un primo scaglione fino a 1.443 euro lordi mensili (che sono 11 milioni 300 mila), le farebbero crescere di solo 44 euro al mese.
E si badi bene: 3.850 euro mensili lordi (pari a 2.670 euro netti) non l’ho inventato io ma è un valore che ho preso per comodità dai dati resi pubblici dall’INPS che lo indica come valore limite del 5° dei 48 scaglioni in cui l’istituto suddivide l’entità dei trattamenti pensionistici da esso erogati.
A dar retta alle molte voci che girano in rete e non solo, e che come tetto massimo per le pensioni invocano la soglia di 3.500 euro lordi al mese (al di sopra della quale le stesse sarebbero tutte da considerare “d’oro” e chi le percepisse sarebbe da considerare automaticamente “ladro”), vorrebbe dire che in Italia, dopo 45 anni di lavoro e di contributi versati, nessuno potrebbe avere una pensione netta più alta di 2.453 euro al mese. E tutto questo senza che le cosiddette “pensioni d’oro” o presunte tali possano dare un contributo concreto alle pensioni più basse che come abbiamo visto trarrebbero dall’imposizione di questo tetto un beneficio di 40 o 50, massimo 60 euro, al mese.
E ora ditemi voi cosa dovrebbe essere, in questa situazione, a trattenere in Italia uno studente che avesse la possibilità di fare l’Università all’estero, in un ateneo attrezzato, con laboratori nei quali poter studiare e fare pratica tutti i giorni, con professori che lo assistono e lo seguono costantemente e, più ancora, cosa dovrebbe essere a farlo tornare in Italia una volta conseguita la laurea, a lavorare in un Paese dove per decenni le raccomandazioni hanno fatto premio sul merito, dove il successo è visto sempre più come una colpa di cui doversi vergognare e dove il nuovo che avanza sembra spinto più dal populismo e da una voglia di rivalsa livellatrice verso il basso che dalla ricerca di nuove basi di crescita, sviluppo e competitività.
Chi ci ha governato finora ci ha portato dove siamo e chi si affaccia all’orizzonte è tanto preso dalla lotta ai privilegi che rischia di non distinguere più i privilegi veri da quelli presunti, col risultato molto probabile di buttare via il bambino con l’acqua sporca. In questo contesto i ragazzi che hanno la possibilità e la fortuna di studiare all’estero dovrebbero poi tornare in Italia a lavorare in aziende una volta italiane ma ora in mano a investitori esteri, ai quali tutt’al più ci siamo limitati a chiedere qualche temporanea garanzia sui livelli occupazionali ma dai quali non possiamo certo pretendere che reimpieghino gli eventuali utili in ricerca e nello sviluppo delle aziende che hanno comprato con un’ottica bene che vada di investimento ma assai più probabilmente predatoria.
Certamente necessari i sacrifici che nei prossimi tempi saremo chiamati a fare nel tentativo, sempre più difficile, di risollevare l’Italia a patto però che il ricavato non sia ancora una volta disperso in una spesa pubblica che non si riesce a razionalizzare e rendere più efficiente, che non sia vanificato dal mancato ridimensionamento di un debito pubblico che cresce ormai al ritmo di 100 miliardi l’anno e soprattutto che ci si renda conto che è ormai indispensabile investire nelle potenzialità della ricerca e nel futuro delle nuove generazioni.

7 commenti:

  1. Enrico Casagrande7 ottobre 2013 14:36

    Achille, la lettura della situazione attuale e' ineccepibile, ma : venduti (o svenduti?) i patrimoni immobiliari, le partecipazioni in aziende ancora in attivo e magari qualche altro bene comune (l'acqua?) non ci rimane che il "capitale umano". Se "svendiamo" anche quelle eccellenze chi arresterà il declino del nostro "paese" (non ho scritto Italia perché conosco la tua idiosincrasia alla locuzione "paese") ? Comprendo il dilemma dei genitori con figli "high potential" ma, per noi genitori di figli disabili, la speranza che loro coetanei trovino soluzioni: politiche, sociali, tecnico scientifiche, culturali per assicurare loro una vita dignitosa resta una speranza irrinunciabile. I giovani che vanno all'estero dopo il liceo o magari l'Università sono comunque un investimento Italiano (pubblico e privato) e Dio voglia che possano restituire il debito operando per il "paese" che ha speso per loro.

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    1. Il punto è proprio quello dell'ultima frase. Chi spende "per" i nostri studenti, non è il nostro Paese. Il Governo inglese, lo dico con cognizione di causa, attraverso uan propria emanazione finanzia al 100% le tasse universitarie di TUTTI gli studenti europei che riescono ad esservi ammessi, anche per quelle più prestigiose come Oxford o Cambridge. Agli studenti inglesi, in più, vengono dati sussidi per far fronte le spese di vitto e alloggio. Le Università fanno a gara per assicuarsi i migliori sudenti, sapendo che per loro (gli studenti) il costo non è un fattore di scelta decisivo. Da noi, invece, non si spende "per" gli studenti: si spende "per" l'istituzione universitaria, le sue strutture, i professori, il personale, ecc. Lo studente è un fatto residuale, come dimostra il valore nullo che, all'atto pratico, viene dato alle carriere scolastiche al momento dell'ammissione in facoltà. Il tutto in favore di test, come quelli in medicina, in cui si è costretti a studiare "a parte" mentre si va ancora al liceo, alimentando un sottobosco di organizzazioni più o meno serie. In sostanza, a livello universitario in UK si investe di più sui giovani di valore, i nostri enaturalmente anche i loro. A quale Paese dunque sarà "restituito il debito", lo lascio ahimè intuire al lettore.

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  2. Caro Enrico, concordo su tutto tranne sul fatto che il Paese (io la chiamo l'Italia) abbia speso per loro: in realtà li ha imbrogliati e traditi! E' certo comunque che siano ormai le nuove generazioni l'ultima grossa speranza che ci resta.

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  3. Enrico Casagrande7 ottobre 2013 16:05

    Spero abbiate letto che quando scrivo "investimento Italiano" (pubblico e privato) intendo riferirmi allo sforzo dei contribuenti e delle famiglie e quindi di chi si aspetta un ritorno per le future generazioni di concittadini. E' di oggi la notizia che tre alti dirigenti del MIUR sono "sospettati" di malversazioni (li ho, purtroppo, conosciuti di persona e so di che risma siano) ma chi li potrà rimpiazzare se non i migliori dei nostri figli?

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  4. Enrico, come non condividere il tuo auspicio? :-)

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  5. Enrico Casagrande7 ottobre 2013 17:50

    Si vabbè ma io ho studiato Geofisica a Frascati!

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    1. Già ma 40 e più anni prima del figlio del mio collega ;-)

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