lunedì 13 gennaio 2014

Welfare e tasse sulla casa: a "tirare la coperta" son buoni tutti!

Da decenni si continua a tirare da una parte all’altra la stessa vecchia coperta stretta. Piuttosto che avere un guizzo di fantasia per rinnovare politica, partiti e sindacati (e magari rischiare qualche poltrona o privilegio) ora è molto più facile mettere i figli contro i padri con la scusa del “conflitto generazionale”.

di Achille Nobiloni

A tirare da una parte all'altra la coperta stretta sono capaci tutti: è un esercizio che non richiede nessuna competenza particolare, nessuno sforzo di fantasia e di solito vince il più forte.
Questo è quello che accade quando i costi del welfare si vogliono coprire con nuove tasse sulla casa, quando il deficit viene ripianato con l’aumento dell’Iva o delle accise sui carburanti, quando per risolvere i problemi della previdenza non si trova niente di meglio da fare che bloccare l’indicizzazione delle pensioni o, come suggerirebbero alcuni, tagliare quelle ritenute “d’oro” (c’è chi dice lo siano già al livello di 3.000 euro lordi mensili!) applicando subito a tutti e per intero il sistema “contributivo” anche a chi in pensione c’è andato due-tre-quattro anni fa o ci sta andando ora dopo che per quarant’anni ha saputo che le regole erano altre.
Insomma sembra che governare l’Italia sia davvero facile: creare crescita e nuova ricchezza non se ne parla neanche; stare al passo con lo sviluppo degli altri Paesi è un optional e quindi non necessario; quando i soldi non bastano si “redistribuiscono” quei pochi che ci sono scatenando quella che sembra sempre di più una vera e propria “guerra tra poveri”, facendo però bene attenzione a non toccare i privilegi veri, e se poi i soldi ancora non bastano allora si vende (o svende?) ciò di cui lo Stato è proprietario ma non sa far rendere come dovrebbe.
Si parla tanto, e giustamente, di “responsabilità civile” dei giudici ma di quella dei politici non parla nessuno. Per i manager che arrecano un danno economico alla propria società c’è l’azione di responsabilità ma, a meno che la memoria non m’inganni, non ho mai sentito di un ministro al quale sia stato chiesto il risarcimento dei danni arrecati alle casse dello Stato. E quel che è bello è che fino al ribaltone delle ultime elezioni i politici italiani son sempre stati più o meno gli stessi e, come si diceva quarant’anni fa di Orietta Berti al Festival di San Remo, nessuno li voleva più ma tutti li votavano.
A governare l’Italia in questo modo son buoni tutti e infatti siamo arrivati dove siamo arrivati, con la coperta stretta tirata dal più forte di turno: Maroni mise lo “scalone” sulle pensioni (dice su imposizione di Bossi e Tremonti); Prodi lo tolse; la Fornero ha fatto quel che ha fatto e ora tutti hanno scoperto il welfare e le “pensioni d’oro”. Ma a parlare di misure di liberalizzazione e di semplificazione burocratica in grado di rilanciare almeno l’economia spicciola e la piccola impresa non ci pensa nessuno? 
 


Quando nell’estate del 1971 appena finito il liceo andai in Inghilterra per imparare l’inglese, mi ritrovai a fare il magazziniere in un motel della Esso a Maidenhead, nella periferia di Londra. Lavorai due mesi e mezzo, venivo pagato un tanto a settimana e alla fine del periodo mi dettero anche una piccola liquidazione. Lì era normale che i ragazzi d’estate facessero dei lavoretti per pagarsi un viaggio, una chitarra elettrica, una macchina usata o per mettersi da parte qualche soldo, non come in Italia dove la cosa era impossibile per almeno due motivi: il pregiudizio (un minorenne mandato a lavorare invece che in vacanza voleva dire come minimo che la famiglia era caduta in disgrazia!) e la burocrazia (assicurazione, permessi, ufficio di collocamento, previdenza, ecc.).
Tempo fa su facebook girava una storiella di fantasia che spiegava in modo esemplificativo e pittoresco perché in Italia aziende come Apple e Microsoft non sarebbero mai potute nascere. In un garage poi? Figuriamoci!! Tutti sapete quanto sia complicato aprire un qualsiasi esercizio commerciale nel nostro Paese o perfino vendere delle torte fatte in casa. Figuriamoci offrire ai giovani una Scuola che insegni loro un mestiere, una Università che gli consenta di fare apprendistato in un’azienda mentre ancora studiano, una Ricerca che consenta loro di formarsi durante gli studi e durante il lavoro e soprattutto un mercato e delle regole che gli consentano di mettersi in proprio e sperimentare sul campo quel che hanno imparato, avviando con regole semplificate una propria attività commerciale, artigianale o perché no, avendone le possibilità, anche industriale. Per carità ...!
Dicevano i latini “quieta non movere”: meglio lasciare tutto com’è e anziché rinnovare la politica, i partiti, il sindacato, col pericolo di dover rinunciare a poltrone e privilegi di varia natura, è ora molto più facile invocare il “conflitto generazionale” e mettere i giovani e i precari contro i loro padri e i loro zii colpevoli di percepire pensioni di 3.000 euro lordi al mese considerate “d’oro” per il solo fatto di essere calcolate col metodo retributivo.
Poi ci sarebbero sempre la spesa pubblica e il mistero del perché se io costruisco un muretto nel mio giardino mi costa 1.000 euro e se lo costruisce il Comune o la Provincia in un luogo pubblico ne costa almeno 5.000 ... “ma quella è un’altra storia”. (citazione cinematografica dal vecchio ma sempre bellissimo “Irma la dolce”).

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